Memoria per sopravvivere

GOCCE DI MEMORIA

REGINA GIOVANNA- Ad Arquata, si rievocava la presenza della Regina Giovanna d’Angiò, proveniente dal Regno di Napoli.

La suggestiva rievocazione ci riportava indietro di 1000 anni, i figuranti infatti indossavano costumi medievali, per testimoniare la storia della Regina.

Giovanna d’Angiò avrebbe soggiornato nella Rocca d’Arquata intorno al 1420.

Se le fonti ufficiali volevano la Regina come presenza di controllo dei confini settentrionali del Regno di Napoli, quelle ufficiose raccontano di una donna devota al peccato della lussuria.

Esiste una leggenda che racconta della Regina Giovanna, che attirava nelle sue stanze i pastori. Al termine della notte, a seconda del suo giudizio insindacabile, la Regina si infuriava e lasciava il pastore di turno diventare pasto per i lupi.

La stessa leggenda vuole che, ancora oggi, nelle notti d’estate, i suoi lamenti di donna irrequieta e insoddisfatta arrivino sino al paese di Arquata.

QUERCIA – Fu una quercia miracolosa a lasciare al popolo arquatano il crocifisso ligneo del Santissimo Salvatore.

Quando, nel 1680, Arquata fu posta sotto assedio da Ascoli, gli arquatani si ribellarono, arrivando fin sotto le mura della città. In virtù di tale vittoria, trovarono il crocifisso ligneo e ne fecero oggetto di venerazione.

In una successiva lotta tra Arquata e Ascoli, si racconta di una quercia miracolosa, che protesse il crocifisso ligneo, attraverso un abbraccio simbolico, quasi a dimostrazione che quel bene prezioso dovesse rimanere nelle mani degli arquatani.

Da allora, il crocifisso viene venerato e conservato nella chiesa del SS Salvatore, a Borgo. Si rievoca la storia, con una processione molto sentita.

LAGO DI PILATO – In un territorio di fate, streghe, magie, misteri si incarna perfettamente la storia del Lago di Pilato.

Essa recita la sepoltura del corpo di Ponzio Pilato che fu trasportato, per diversi giorni, fino al raggiungimento del Monte Vettore.

Gli animali, a causa dell’estremo peso, ribaltarono il carro e tutto scomparve tra le acque del Lago.

Da quel momento, si raccontano di presenze simboliche, di demoni irrequieti, tanto che la leggenda vuole il Lago rappresentasse un monito ai trasgressori e ai peccatori.

Il lago di Pilato conserva il Chirocefalo del Marchesoni, un crostaceo rosso fuoco.

Nella simbologia pagana, tali crostacei rappresentano piccoli demoni.

GARIBALDI AD ARQUATA – Riporto qui la testimonianza della famiglia di Erino Ambrosi.

Si è fermato solo una notte mentre andava in soccorso della Repubblica Romana proclamata, dopo aver cacciato il Pontefice, nell’ anno 1949, dal triumvirato formato da Aurelio Saffi, Giuseppe Mazzini ed Armillei. La sua statua (il busto) e la lapide di Garibaldi erano attaccate al muro della mia casa.”

 

ZUPPA DELLE FATE – Un piatto povero, di montagna, che caratterizza un luogo, il paese delle Fate.

A Pretare, i “fagioli fritti” sono una speciale tradizione. Le donne anziane hanno lasciato alle loro figlie e nipoti la sapienza di un piatto all’apparenza semplice, ma che necessita di ingredienti genuini.

Dopo aver preparato e bollito nell’olio bollente i fagioli, si lasciano cuocere insieme agli spinaci selvatici.

Gli spinaci suddetti si riescono a cogliere solo per pochi giorni del mese di Giugno, ad alta quota.

La zuppa delle Fate rientra perfettamente nell’immaginario magico di Pretare, che rievoca la sua leggenda ogni tre anni.

VINO PECORINO –  Quanti sapevano che le origini del vitigno denominato Pecorino appartenevano proprio al territorio arquatano?

Un vitigno forte e resistente, che cresceva nei terreni vocati alla pastorizia. Il nome stesso lega il vino alla cultura della transumanza, del formaggio pecorino, di uno stile di vita semplice e genuino.

Presumibilmente, furono i frati del convento benedettino che si trovava a Borgo d’Arquata a richiedere un vino, che si sposasse perfettamente con l’ascolto del luogo, nel suo aspetto sacro e di vita quotidiana.

Il vitigno Pecorino possiede secoli di storia, una frizzantezza naturale, e la voglia di inebriare il palato di chi deciderò di assaggiarlo.

SPERANZA

Credere nella tua rinascita significa donarti la speranza che da quelle macerie risorga nuova linfa vitale.

Sarà meglio non soffermarsi a pensare al “ com’era e dov’era”, ma sarà auspicabile riflettere su come aiutarti a tornare più forte di prima.

Il progetto di chi ama Arquata sarà quello di valorizzare le sue punte di diamante.

Diventerai ciò che chi ti ama vorrà farti diventare.

L’identità storica, culturale e emotiva è quella più importante da ricostruire.

La sfida più grande sarà quella di ricostituire il tessuto sociale di un territorio così martoriato.

Partire da quello che si ha da dire, da raccontare, da proporre.

Sarebbe opportuno lasciar fluire le idee di chi ama Arquata e di chi vuole viverla, da vicino e da lontano.

Le persone, sopravvissute e decise a rimanere, devono rappresentare la voce più imponente.

Arquata e la valorizzazione dei suoi prodotti tipici, le patate di montagna, le castagne, il vino pecorino, il formaggio.

Arquata e i suoi animali, le sue aziende agricole, le mucche, le pecore.

Arquata e le camminate in montagna, le ciaspolate, i sentieri da attraversare, le attività sportive, la natura, i suoi parchi, una palestra a cielo aperto.

Arquata e la sua cultura, le sue tradizioni, le sue sagre, le sue rievocazioni, la sua storia, la sua Rocca.

Arquata potrebbe tornare più bella di prima, se si ricostruiranno le case, le chiese, se si immaginerà un turismo fatto di strutture, di ostelli condivisi, se diventa un paese unico fatto di unicità.

Sarà un cammino lungo, fatto di sostanziali cambiamenti e di tradizioni da mantenere vive.

I bambini sono il futuro e sarà necessario fornirgli una giusta formazione sulla natura e su come difendersi da essa. Convivere con la paura significa conoscerla e saperla fronteggiare.

Non siamo mai preparati abbastanza, ma la memoria del passato ci insegna a vivere nel presente.

Il benessere ha portato segnali positivi ma nasconde, attraverso le comodità, valori come lo spirito di difesa, di conoscenza, di interesse per ciò che non porta guadagno materiale, ma umano.

Se la case crollano si possono ricostruire, ma se si spezza il senso d’identità, di collettività, di ascolto della natura, di bisogni primordiali, allora la perdita è irrecuperabile.

Dal passato si impara per cancellare errori, per trovare ispirazione, per immaginare un futuro.

Camminare per me significa entrare nella natura. Ed è per questo che cammino lentamente, non corro quasi mai. La Natura per me non è un campo da ginnastica. Io vado per vedere, per sentire, con tutti i miei sensi. Così il mio spirito entra negli alberi, nel prato, nei fiori. Le alte montagne sono per me un sentimento.
(Reinhold Messner)”

 

 vettore1

Tutto cade a pezzi,

intorno crollano

le certezze insieme alle case.

24 agosto, 30 ottobre,

date che compongono la fine,

non riconosco più l’odore

della terra,

non ci sono più colori,

c’è polvere,

un odore nauseante di polvere

misto a macerie terribili.

Case diventate disegni geometrici,

pittori impazziti hanno pennellato

brandelli di muri e tetti spezzati.

Mazzi di chiavi di casa

ormai inutili,

non aprono più portoni,

fotografie piene di polvere

raccontano momenti felici,

libri pieni di parole

usciti da una lotta impari,

brutalmente spazzati a terra,

senza riguardo.

Giochi di bambini

Che raccontano di un mostro

Che li ha spaventati,

una belva senza nome

e senza forma.

E poi, rovine e macerie

Di quadri, soprammobili,

tavoli, sedie, banalissimi armadi.

Passo dopo passo,

allineo i piedi ai pensieri,

mi guardo attorno e tutto tace,

e tutto parla.

La montagna mi è vicina,

è testimone del mio incedere lento.

Assaporo il gusto dolce del silenzio,

mi aiuta a riconoscere me stessa.

Riconosco i fiori,

i profumi, i suoi colori,

poi che musica quei fiumiciattoli,

righe d’acqua divertite,

che giocano tra l’erba come bambine.

Grazie montagna,

per quei momenti

che solo io e te sappiamo,

per quelle lacrime raccolte

e asciugate,

per quei sorrisi sinceri

che hai aperto nel mio cuore,

mi hai insegnato a contemplare l’universo,

a innamorarmi dei tuoi valori,

a sentire l’aria immacolata,

a snobbare tutti quei cuori duri.

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Angeli rossi

Li conoscete gli angeli rossi?

Dopo il sisma che ha colpito il nostro comune, sono arrivati tanti volontari della Croce Rossa.

Avevano una divisa sotto alla quale batteva un cuore sensibile e pronto a aiutare.

Si sono intrecciati caratteri, provenienze geografiche, parole, dialetti, risate.

Si sono immedesimati nel dolore di chi aveva perso tutto, hanno cercato di prestare una spalla per piangere, hanno creato attività per i bambini, hanno donato il loro tempo.

Gestire persone tristi, confuse, arrabbiate, che maledicono il destino, che hanno paura del futuro non è così facile.

Relazionarsi con il dolore significa fare un passo indietro, prendere un pezzetto della tua anima, nasconderlo, per far spazio a quello di un’altra persona.

Capisci l’essenziale, che basta a volte un sorriso per riaccendere una speranza, che basta il rincorrersi dei bambini per capire la vita, che dietro caratteri schivi, apparentemente silenziosi, possono nascondersi personalità forti.

Capisci che un carattere che può sembrare dispotico diventa invece un cuore sensibile, uno che l’altruismo lo pratica, senza sbandierarlo. I gesti valgono più delle parole, in alcuni casi.

Nella vita, conosci moltissime persone, ma rimangono nel cuore solo quelle che hanno condiviso con te le peggiori sensazioni e ti hanno aiutato a uscirne fuori.

Il primo passo dopo la scossa devastante di terremoto è stato l’allestimento della tendopoli.

Nuove case di plastica blu.

Ogni tenda rappresentava una famiglia.

Un letto, una mensa condivisa per i pasti, scosse continue, il tuo paese che ti crolli intorno.

Due mesi di paure e di sconvolgimento emotivo.

La tenda è da sempre, nell’immaginario collettivo, sinonimo di vacanza, campeggio, relax.

Al contrario, dopo il terremoto, vivere in tenda ha denudato le persone.

Sei anziano, sei bambino, sei adulto, non conta nulla.

Il terremoto costringe ogni individuo a fare un passo indietro, a perdere ogni tipo di ruolo o rilevanza umana e sociale.

Ti devi adattare”, “preferivi essere morto?”

Te lo dicono gli altri e te lo ripeti, tutti i giorni, fino a farlo rimbombare dentro la tua anima.

La tendopoli spegne ogni senso di normalità e intimità.

Una vita che diventava sopravvivenza, emergenza, insicurezza.

Sei costretto da una forza superiore a stare lì, lo specchio della tua comunità, del tuo paese, di chi reagisce e tende la mano a chi è più debole.

La testimonianza di Fabrizio Bartolucci, volontario della Croce Rossa.

…….”poi sono arrivati volontari della Croce Rossa. Ognuno con la sua storia, la sua età, il suo carattere, ma tutti pronti ad aiutare, a capire, a collaborare. Persone che forse non avremo mai avuto la possibilità di incontrare e conoscere. Persone che si sono prodigate a farci star bene, a tornare in una sorta di normalità, seppure in una dimensione stravolta. Persone che quando sono andate via hanno pianto di commozione, che ci hanno salutato con abbracci e strette di mano sinceri”…….

Ho voluto iniziare questo mio racconto con le parole di Valentina, una ragazza di Pretare, paese fortemente lesionato da sisma del 24 agosto. Quelle parole riassumono tutto, dicono tutto, su quanto fatto da noi volontari di Croce Rossa Italiana in quel luogo ed in tutti gli altri luoghi in cui abbiamo operato.

Ho pensato più volte e se fosse successo a me? Se fosse capitato nella mia città? Nel mio paese, come avrei reagito, cosa avrei pensato, cosa mi sarei aspettato dalla macchina degli aiuti.

Subire un evento simile ti distrugge dentro, in pochi attimi ti passa accanto tutta la vita e perdi tutto, i tuoi beni, i tuoi ricordi, la tua casa e fortunatamente salvi la vita. Per più di 300 persone purtroppo non è stato così, hanno perso anche la vita.

Era il 28 agosto e mi trovavo ad Ascoli Piceno, stavo facendo servizio nelle varie Sale Operative, dietro un monitor a buttare giù report e dati quando andai con dei colleghi a fare un giro nei vari paesi del territorio. Siamo partiti da Ascoli e saliti su verso Roccafluvione per poi prendere una strada di montagna che portava a Montegallo dove ci fermammo pochi minuti per vedere la situazione. Mentre scendevamo in macchina verso Arquata del Tronto rimasi affascinato dalla maestosità del monte Vettore, lo guardavo mentre percorrevamo quei tornanti in e poi dopo qualche curva quel piccolo paese, Pretare. Passando nella via principale si vedevano molte case lesionate, non c’era nessuno in giro, solo Vigili del Fuoco e Protezione Civile, poi alla fine del paese ho visto un parcheggio con sotto un prato e qualche tenda montata li sull’erba. Subito mi sono detto, povera gente, vivere in quelle condizioni a quasi 1000 metri di quota con tutta l’umidità ed il freddo che sicuramente scende di notte non deve essere facile. Conosco molto bene le PI88 (tende ministeriali) e so che non danno molta protezione dagli agenti atmosferici. Dentro di me stavo pensando che forse avrebbero dovuto utilizzare il parcheggio, ma fu solo un attimo e continuammo il nostro giro.

Il giorno seguente mi dissero di una situazione da risolvere e portare aiuto, mi chiesero cosa ne pensavo e come installare un campo di accoglienza, io per risposta dissi che non era difficile fare un campo, bastava avere il materiale e le strutture, ma soprattutto quello che era importante era la scelta del luogo. Poi poco dopo chiesi dove volevano fare questo campo e mi risposero che c’era in atto una situazione particolare dove in un piccolo paese c’era un gruppo di persone che si rifiutava di abbandonare il loro luogo di residenza, quel posto si chiama Pretare. Subito mi tornarono in mente quelle tende e quel prato dove erano state messe e immediatamente pensai a quel parcheggio che avevo visto, presi un foglio di carta e buttai giù uno schizzo su come realizzare e posizionare le tende, quel foglio lo prese in mano il mio responsabile.

La mattina seguente, il 31 agosto, ricordo benissimo la data perché è il giorno del mio compleanno, mentre ero in Sala Operativa Integrata di Ascoli mi suonò il telefono……..”Fabrizio, ti mando il cambio, tu sali subito a Pretare, dobbiamo fare il campo”…….era Piergiacomo, appena arrivò la persona che mi doveva sostituire in Sala presi la macchina e andai su.

Il primo impatto è stato quello con delle castagne affogate nella grappa che ci fece mangiare un ragazzo del posto e credetemi, anche se era mattina erano buonissime. Stavamo seduti e ogni tanto una castagna, dovevamo aspettare il via libera per iniziare il montaggio del campo. Li con me erano presenti i ragazzi venuti con le tende dall’Abruzzo, ci fu un attimo di ribellione quando i residenti si sedettero sopra i contenitori delle tende per protesta, avevano il terrore che quel campo non nascesse, per nessun motivo volevano lasciare quel posto. Finalmente giunse l’ok e si iniziò a preparare il campo. Per me era la prima volta come responsabile, avevo visto molti campi, li avevo costruiti, ci avevo vissuto, ma mai come figura principale. Sentivo addosso tutta la responsabilità, tutte le paure ma volevo assolutamente fare una bella cosa e misi in campo tutta la mia esperienza.

Mentre stavo parlando all’interno di una PI88 appena installata mi presentarono quella che chiamavano “Sindaca”, Cristina Piermarini, una signora con la quale avrei dovuto tenere i contatti, la portavoce dei futuri ospiti del Campo di Accoglienza di Pretare.

Con Cristina nacque subito una intesa bellissima, ci capivamo al volo e la misi subito al lavoro per fare un censimento speditivo di tutti quanti avrebbero risieduto al campo. Mentre parlavo con lei cercavo di spiegare cosa ci aspettava, cosa avrei dovuto fare. Un campo di accoglienza ha le sue regole, non è un gioco, ma mi accorsi subito che quel campo non sarebbe stato normale. I residenti veri e propri non erano molti, ma c’era molta gente che in quel paese aveva la seconda casa, o quella dei genitori e volevano continuare a frequentare le loro origini. In accordo con il Funzionario del Dipartimento, Sergio Ballarò, persona stupenda, decidemmo di non chiudere, di non recintare e soprattutto di non mettere all’accesso del campo un servizio d’ordine e controllo, una funzione svolta quasi sempre dall’Associazione dei Carabinieri che non vanno troppo per il sottile, trovai una scusa e dissi che il controllo all’accesso l’avremo fatto noi dalla segreteria. Ho sempre odiato chi non mette il lato umano, chi è solamente schematico e chi guarda solamente i regolamenti, quel campo era di accoglienza, dovevo accogliere delle persone che avevano subito qualcosa di terribile, di devastante e non volevo nel modo più assoluto provocare ulteriori traumi e dispiaceri.

Furono un paio di giorni in cui si lavorò tantissimo, Valerio Vichi ed i ragazzi di Pesaro, l’instancabile Gabriele Prato insieme alla sua compagna, Simona, Paola, in un paio di giorni eravamo operativi ed avevamo sistemato tutti gli ospiti nelle tende facendo gruppi famigliari. Un piccolo problema si presentò il sabato a pranzo, c’era tantissima gente ed io avevo ordinato i pasti solamente per gli ospiti del campo, mi dissero devi fare il cattivo, cosa che io non so fare, e fai mangiare solo i residenti. Ricordo che mi misi in piedi all’ingresso del tendone dove stavano mangiando e dissi loro che era necessario per me sapere quanti pasti ordinare, e che soprattutto per primi mangiavano gli ospiti del campo, dopodiché feci una telefonata al responsabile della cucina spiegando la situazione e tutti mangiarono, noi volontari mangiammo alla bene meglio ma andava bene così, anzi la sera bevemmo tutti insieme quelle due bottiglie che mi furono donate al mio arrivo, per il mio compleanno da Cristina e Paolo.

Come non ricordare le scampagnate fatte dai ragazzi di Marotta insieme ad un residente con una ape per recuperare i fiori e le panchine da mettere davanti le tende, il biliardino, i tavoli da bar, gli ombrelloni e le porte da calcetto, stavamo facendo rinascere un Pretare in miniatura.

Come non ricordare quando portarono li quello che poi diventò il simbolo del terremoto, un Crocefisso mutilato che mettemmo nella tenda pneumatica adibita a Chiesa e alloggio per Don Francesco.

Don Francesco Armandi, grande uomo e grande Sacerdote che ci ha lasciati poco tempo fa, la malattia se lo è portato via. Era instancabile, sempre in cerca di qualcuno o qualcosa per aiutare la sua comunità. In quel campo vennero molti personaggi, politici, industriali, giornalisti e tutti rimanevano stupefatti dinnanzi a quel Crocefisso, lui in una intervista disse …….”il Cristo con il suo braccio ha protetto il Paese”…… e forse era veramente successo tutto ciò. Celebrò la prima messa proprio sotto quella tenda e fu una grande emozione per noi tutti.

Poi i giorni scorsero, il tempo passava, ed il freddo era sempre più pungente. Andava trovata una nuova soluzione per quella gente, i primi giorni di ottobre furono quelli della chiusura.

Iniziammo piano piano, poco per volta a togliere qualche tenda ma solo quando chi la occupava se ne era andato perché aveva trovato una sistemazione più consona e idonea, fino allo smantellamento completo di quella che era stata per molti la propria casa, in fin dei conti gli ospiti eravamo noi, siamo venuti noi nel vostro paese e voi ci avete accolto con tanto bene e riconoscenza e volevamo andarcene con dolcezza e delicatamente.

Questa è stata la mia esperienza a Pretare, posto dove ho conosciuto persone belle, persone che non si abbattono, persone più forti di un maledetto terremoto. Lì ho imparato più cose che in dieci anni di corsi, ho imparato a voler bene per davvero, ho imparato il rispetto per il dolore, il rispetto per il prossimo. Mi dicevamo, quelli più bravi di me, di non attaccarmi troppo affettivamente, perché ci sarei stato male ma io sapevo che non era così, non c’è per me cosa più bella al mondo di veder sorridere un bambino, di abbracciare un anziano, di portare un poco di “normalità”, ma soprattutto amore.

Io, a differenza di molti altri, ho sempre avuto la convinzione che, anche se indossiamo una uniforme e molte volte addirittura veniamo dipinti come “angeli del soccorso”, siamo semplici uomini e donne, uomini e donne che danno un poco del loro tempo per aiutare chi soffre. Quel tempo che noi doniamo non ci verrà mai più restituito ma è il più bel regalo che si possa fare. Spero di essere riuscito in questo mio intento, spero veramente che il ricordo indelebile che ho nel mio cuore sia lo stesso sentimento anche per voi Pretaroli, ma soprattutto spero che un domani non troppo lontano ci si possa ritrovare tutti lì per abbracciarci davanti alle vostre nuove casette dove le Fate torneranno a danzare, una danza nuova, quella della vostra rinascita e del vostro ritorno a casa, solo allora per me il compito potrà dirsi finito, fino ad allora io ci sarò ogni qualvolta voi lo desideriate, ci sarò come volontario di Croce Rossa, ma soprattutto ci sarò come uomo semplice che deve dirvi solo grazie per tutto il bene che avete dimostrato verso di me e verso tutti i miei colleghi.

Montagna

Vivere in montagna, a contatto con la natura, ti aiuta a riconoscere il respiro della terra.

Ti insegna quanto sia importante il rispetto dell’ambiente, ti fa comprendere quali siano le reali priorità di benessere per l’umanità.

Quando cammini in solitudine, lungo sentieri che profumano d’erba, sollevi il viso e la montagna ti sovrasta, capisci quanto persino respirare sia una grande forma d’amore della natura nei tuoi confronti.

La montagna ti costringe a guardarti dentro, a confrontarti con i tuoi demoni.

La sensazione che si prova è forte e coinvolgente, trovi risposte se accogli dentro di te quel silenzio assordante.

In quell’immensità di spazio e di tempo non definiti, lasci scrollare qualunque ipocrisia e scegli di stringere a te solo quello di cui hai veramente bisogno.

Se l’Avere diventa irrisorio, è l’essere del tuo spirito che trova pienezza.

Contemplando ciò che ci circonda, riusciamo a far tornare tutto esattamente al proprio posto, solo così si raggiunge la felicità.

Se capisci quali sono i tuoi limiti, riesci a trovare il modo di superarli.

Vivere in montagna significa vivere al ritmo cadenzato dei suoni melodiosi della natura.

Quello di montagna, è un ritmo lento, incalzato dall’ascolto.

Imparare a riconoscere un suono, distinguendolo dall’altro, annusare odori che sanno di primavera, di inizio autunno, di pieno inverno.

Ogni elemento naturale è al suo posto, ogni tassello si incastra perfettamente nel suo tempo.

La velocità della città, le sue luci artificiali, i suoi sapori tutti uguali, standardizzati non sono minimamente paragonabili al gusto lento di una vita scandita e rispettata.

La montagna ti rigenera, è un’oasi di pace. Ti spinge a misurarti con te stesso.

Il mare non lascia intravedere cime, traguardi, ti culla ma non ti sfida.

Quando sentivo di dover riflettere, mi incamminavo tra i sentieri che si inerpicavano lungo il mio paese.

Il silenzio ti assale, quasi come una morsa imprevedibile.

La solitudine, nella nostra epoca, può far paura. La montagna, invece, ti aiuta a scoprirne il lato prezioso.

L’amplificazione dei sentimenti che provi è assordante.

Il camminare da soli, magari in zone leggermente impervie, scoscese, a volte scivolose costringe l’occhio umano a diventare attento, consapevole di se stesso e soprattutto responsabile delle sue azioni. Praticamente, ciò che serve nella vita per stare bene.

LA POESIA DELLA VITA

Avete mai visto le lucciole, durante una passeggiata serale, d’estate?

Ritrovare l’emozione e lo stupore che avevamo da bambini, quando nelle camminate serali, ci imbattevamo in queste piccole luci naturali.

Si muovevano velocissime, apparivano e scomparivano di continuo, ci mettevano a stretto contatto con la meraviglia della natura e di tutte le sue creazioni.

Per noi bambini, quelli erano momenti indescrivibili.

Le lucciole sembravano piccole stelle, che correvano lungo le distese di prati, sembravano quasi volerci dare la buonanotte.

Ci divertivamo a rincorrerle.

Era un gioco fatto di dolcezza, di semplicità, di pura poesia. Forse, sta scomparendo per i bambini di oggi quell’effetto di meraviglia.

E dei profumi dell’autunno, nei nostri paesi, ne avete mai annusato l’odore?

Nel mese di Ottobre, a Trisungo, partecipavano numerosi alla sagra di Marrone che Passione.

Il piccolo borgo si vestiva a festa, si poteva udire, arrivando dal Ponte Romano, il crepitìo del fuoco, che diffondeva l’odore buono delle caldarroste.

Lungo il viale, si incontravano le patate bianche, ancora fresche di raccolto.

L’aria dell’autunno aveva un sapore particolare. La giornata è ancora soleggiata, l’autunno è nel pieno del suo fermento, tutt’intorno si muovono insieme i colori, sfumature che nessun pittore riuscirebbe a realizzare.

Il verde accoglie dentro di sé il giallo, che si sposa con il rosso, l’arancio che si accarezza con il blu del cielo.

E i giochi divertenti, durante l’infanzia?

Non avevamo tablet, smartphone, o computer di nessun genere, ed eravamo felici lo stesso, sicuramente di più.

Siamo cresciuti saltando sui sassi uno ad uno, imparando a farlo sempre più velocemente, abbiamo usato la terra per cucinare dolci, ci bastava guardare i girini muoversi nell’acqua che scorreva vicino al parco giochi per divertirci, con piccoli bastoncini provavamo a fargli cambiare direzione, non capivamo ancora che la natura fa da sé.

Lunghe passeggiate sui prati, ci siamo sentiti grandi quando aspettavamo la notte per guardare le stelle nella notte di San Lorenzo.

Sull’erba, ognuno con il suo cestino, iniziavamo a sentirci indipendenti con i primi picnic.

Cantavamo a squarcia gola le canzoni in inglese, sbagliando puntualmente tutte le parole, interrompendo il silenzio della nostra montagna, che sembrava sorriderci sorniona.

Imparavamo a riconoscere l’odore del muschio, ad aspettare le more più mature nel mese di settembre, stare in natura diventava naturale, diventavamo parte di essa.

Sapevamo intrecciare le margherite per farci bracciali e collane, correre più veloce del vento in bicicletta, facendo a gara con gli amici.

La libertà di poter andare da soli a casa di un’amichetta, la libertà di conoscere tutti e sentirsi al sicuro.

I paesini di montagna danno sicurezza, ti danno la possibilità di misurarti con una realtà positiva, forse a volte persino ovattata.

Quell’oasi di pace che tutti cercano, che cercava chi tornava dalle grandi città, che cercava chi aveva bisogno di bearsi di un raggio di sole, prendendo un caffè sotto le pendici del Vettore.

Quando sono tornata nel mio paese, dopo il terremoto, mancavo da un po’, intorno macerie, distruzione.

Non c’è più nessuno, non c’è vita, non ci sono rumori, non ci sono voci. È un silenzio strano, che rimbomba.

Mi guardo intorno, osservo, riconosco qualcosa e fatico subito dopo con lo sguardo a reggerne il peso emotivo.

Quando guardi il tuo paese distrutto diventi cosciente del fatto che mai nessuno potrà ridartelo indietro com’era. Tornerà più sicuro, magari più bello, però diverso.

Poi, ho provato a guardare con il cuore.

Ho sentito di nuovo vita, nell’acqua che sgorgava, lungo i prati.

Vi siete mai fermati a guardarla scorrere? Dà un senso assoluto di esistenza, di presenza, di un ciclo che neanche il terremoto riuscirebbe a interrompere.

Allora, ho pensato che potremmo diventare come quell’acqua.

Continuare a fluire, nonostante quello che accade intorno.

Ho riconosciuto tutta la potenza della natura.

Distruttiva con il terremoto, ma indistruttibile se pensi agli alberi, alle foglie fatte danzare dal vento, alla terra che diventa dorata quando il sole la bacia.

Terremoto, l’anima del diavolo

Mi sono addormentata quella notte, ignara di quello che sarebbe accaduto.

Ho chiuso gli occhi, credendo di riaprirli la mattina successiva, magari avrei tirato fino a tardi, perché no?

Era una sera di fine estate e nulla davvero faceva presagire l’incubo in cui saremmo piombati.

Nel mezzo della notte, un orario che poi è diventato tragicamente simbolico, qualcosa di terribile mi ha svegliato.

Un boato incredibile, non assimilabile ad alcun rumore mai udito nella mia intera vita, è piombato nelle mie orecchie, interrompendo sonno, sogni e tranquillità.

Nei primi secondi, non riuscivo a dare una forma, un nome, un’identità a quel boato.

Cos’era? Cosa poteva scatenare una melodia agghiacciante come quella?

Poco dopo il boato, è arrivato ciò che ha rappresentato in pieno il termine devastazione, il terremoto.

Nella mia vita, relativamente giovane, ricordo di aver sentito il terremoto solo una volta, nel 1997.

Avevo dieci anni, ero a casa e mi ricordo l’incitazione di mio padre che mi diceva di correre sotto l’architrave più sicuro della casa.

Lì ci siamo sentiti protetti e lì quel terremoto è finito, dissolto in pochi secondi.

Ha lasciato, dentro di me, un po’ di paura e qualche ricordo di bambina.

Il terremoto del 24 Agosto 2016 è stato invece un incubo che sembrava non avere fine.

In quei secondi, credi di morire.

Cerchi di ricordare come devi muoverti, ma il panico impedisce ogni azione di buon senso.

L’unico pensiero che ti sfiora in quell’attimo è quello di mettere in salvo le persone che sono con te e sperare che quelle che ami, lontane, siano salve.

Cos’altro ti rimane se non la speranza, mentre ondeggi e sussulti come inghiottita da una furia affamata proprio della tua paura?

Il cuore è l’unica valvola che funziona in quegli attimi interminabili.

Forse, davvero, capisci il valore della tua famiglia e delle persone che fanno parte della tua vita.

Il terremoto nasconde l’anima del diavolo, è imprevedibile, vigliacco, vendicativo.

Senti la terra sotto i tuoi piedi tremare, uno scuotimento bestiale, un senso di impotenza ti pervade.

Anni di storia, di generazioni, di sacrifici, di testimonianze dissolti in pochi secondi.

Cosa siamo diventati, se non conseguenza di quei pochi secondi?

Sentiremo quel sibilo spaventoso nelle nostre orecchie per sempre e sobbalzeremo a ogni sussulto.

Quelle scosse così violente hanno provocato un turbamento della psiche e del fisico.

Ha costretto le persone ad abbandonare i luoghi natii, li ha strappati dalle abitudini, li ha destabilizzati nell’animo.

Li ha obbligati a guardare in faccia le proprie case, mentre crollavano, ad assistere alla caduta di simboli che si consideravano immortali.

La storia di un paese, di un comune, di un territorio, si misura dall’importanza delle persone, dei monumenti, delle chiese, di ogni cosa che rappresenti quel luogo.

Perdi una parte di te stesso, quando perdi pezzi del tuo paese.

Per ogni casa crollata nel mio paese, ogni bar ridotto a macerie, ogni chiesa andata distrutta, sentivo dolore fisico, come se stessero strappando i ricordi dalla testa e dal cuore.

Vivere delle emozioni in un luogo significa lasciarci in mezzo te stesso, il tuo cuore.

Ci siamo trovati catapultati in un ambiente nuovo, diverso.

Porta un anziano di montagna, d’inverno, al mare.

Lo guardi e lo trovi Spaesato.

Spaesato, senza paese, senza il suo paese.

L’anziano di montagna è abituato a camminare sull’erba, non sulla sabbia.

È abituato a governare le galline, a dedicarsi all’orto, ad avere piccole abitudini che garantiscono la certezza.

Gli anziani sono le vittime più colpite dal terremoto.

Una vita sacrificata, devota alla casa, alla montagna, alle proprie radici.

Il tempo non li aspetta più, li rincorre, li stanca.

Immedesimarsi in loro significa sentire lo sguardo posarsi su oggetti nuovi, colori nuovi, sapori nuovi.

L’anziano di montagna cerca i funghi, cammina piano, sa riconoscerli.

L’anziana di montagna raccoglie le uova fresche e prepara una crostata.

È gente ingegnosa, abituata a fare, a muoversi tra le cose accumulate negli anni, in un ambiente dove hanno costruito famiglie, sogni e progetti.

Le ferite fisiche hanno bisogno di una lenta rimarginazione. Basterà disinfettarle e attendere il tempo necessario. Scompariranno da sole e lasceranno solo un lontano ricordo.

Le ferite dell’anima, al contrario, sono una bruciatura continua. Non basterà il tempo, che potrà attenuarle ma non cancellarle per sempre.

Il pensiero di aver perso il tuo paese, che conservava dentro di sé ogni singolo tassello della tua vita,

spezza la tua vita tra prima e dopo.

Ogni cosa ha un valore diverso, tutto è diventato intermedio, tutto oscilla tra la vita prima del terremoto e quella di adesso.

Prima c’erano le case, ora sono sgretolate. Prima c’erano i sogni e anche le certezze, ora ci sono dubbi e speranze.

Prima c’era il sentimento d’appartenenza, ora c’è smarrimento e confusione.

Insieme alla distruzione delle abitazioni, se ne sono andati i sacrifici e l’impegno di generazioni.

Davvero pensate che una casa siano le mura, le mattonelle o il tetto spiovente?

Nulla di tutto questo, nulla di così banale, nulla di tutto quello che neanche chi ha perso tutto aveva realmente compreso.

Casa tua è tutto quello che ci butti dentro, in termini di ricordi, di vita, di momenti, di costruzione emotiva, di progetti e di futuro che scorre nel presente.

Ho guardato negli occhi, dentro lo sguardo, di chi ha perso la casa a causa del terremoto.

Ho letto terrore e devastazione dell’animo.

Quella casa, con quel sapore con quell’odore non tornerà più.

Pensate al progetto di costruire o ristrutturare una casa, al sogno di vederla finalmente tua, con tutto quello che ti racconta, che racconta i tuoi familiari.

Lì dove crescono i tuoi figli, dove vivi momenti speciali.

Quelle case crollate contengono tra le macerie baci, sospiri, discussioni, sorrisi, paure, incertezze, pianti di notte, i primi passi di un figlio.

Calarsi in quei panni, in quelle sensazioni non è così semplice.

Immaginare, guardare alla tv, ti costringe a diventare empatico con quella circostanza, ma rimane estraneo alla tua vita.

Vedere la propria casa sgretolarsi costringe il tuo sguardo a spezzare un legame che sa di antico, di generazioni, di origine, di sangue.

Le case in montagna spesso sono le stesse dei tuoi genitori, dei tuoi nonni, senti persino l’odore che rimane impresso nelle mura.

Non esistono prime, seconde o terze case.

Sebbene viverci tutto l’anno ha la priorità su chi trascorreva periodi più limitati, l’intreccio sfiora i sentimenti delle persone.

Ad Arquata le persone tornavano perchè lì, in quelle case, in quelle strade, in quei bar esisteva la storia delle loro famiglie.

Il viaggio più importante è sempre quello alla ricerca della propria identità.

Ci rimane soltanto la convinzione che siamo persone, giù le maschere e le ipocrisie.

Se essere umani, significa far vincere l’amore inteso come approccio alla vita.

Nei momenti peggiori, comprendi quanto breve sia ogni istante della vita e quanto viverlo interamente sia doveroso nei suoi riguardi.

È un bene prezioso la vita, l’abbiamo capito tra i morti, tra le macerie, tra la ribellione della natura, tra gli sbagli, le urla, i rimproveri, gli abbracci, le parole, l’abbiamo capito tra la vita che, nonostante tutta la tragedia, continuava a scorrere.

Seduta sul tetto dei ricordi, la mente vola perduta tra quello che era e quello che sarà.

Siamo tutti in bilico, leggeri, con pezzi di vita incollati addosso, consapevoli che niente sarà semplice, niente sarà come prima.

Abbiamo occhi spaesati, ma siamo pronti a ritrovare il richiamo della nostra terra.

Cos’è che ci lega ad essa? La nostra identità.

La casa è dov’è il cuore.

Quando il cuore si emoziona, quando il cuore batte forte, quando il cuore respira aria fresca, allora sentiamo di essere nel posto giusto.

Ogni paese di Arquata aveva una storia.

Una festa, una ricorrenza, una rievocazione, un racconto, tutto identificava l’origine di quel paese e le sue peculiarità.

Ognuno di un paese, tutti di Arquata, governati da quella Rocca che circondava il nostro scenario naturale.

Ognuna di esse, racconta di gente scossa, ma che spera ancora. In un modo o nell’altro, Arquata dovrà pur tornare.

Ci saranno nuovi sorrisi, le stelle, i desideri, i capricci dei bambini, la saggezza degli anziani, ci sarà vita, in un modo o nell’altro.

Viaggio…dimentica…cuore

Ho deciso di aprire uno zaino immaginario, è un bagaglio a mano, leggero, lì dentro ho lasciato fluire tante parole.

STORIA

C’erano una volta, nel cuore dei Monti Sibillini e dei Monti della Laga, tredici paesini di montagna.

Ogni paese raccoglieva una storia e insieme componevano Arquata del Tronto.

C’era una volta il mio paese , Pretare, con le sue fate e i suoi pastori, ragazzi e ragazze che danzavano al ritmo della loro storia, c’era Pretare con il lungo viale che introduceva il paese, c’era Pretare e il bar di Dora, c’era Pretare fatta di sentieri e di storie, c’era quella fornace che sembrava dipinta, c’erano le parole degli anziani, c’era lo “sci svenate” che ricorreva tra una risata e un’altra.

C’erano le tre chiese, piene zeppe di ricordi, di bambini battezzati, di amori uniti in matrimonio, di vestitini bianchi e di riflessioni, la processione in onore di San Rocco, “il bambinopoli” per i più piccoli, il campo sportivo per i più grandi, ogni sasso raccoglieva una storia singolare, da quei sassi sembrava essere risorto un paese, un destino quasi riproposto, una verità che sembrava finzione. Un paese fatto di una leggenda stretta forte a quelle case.

C’era Pescara, ora distrutta, dissolta, cancellata, in un mare di macerie che componevano un paese fatto di case, di persone, di acqua divina, di fontanelle.

C’era Arquata, la regina indiscussa, la gemma preziosa, il valore inestimabile di un paese che non c’è più, la sua storia fatta a pezzi, ma rimane nell’aria il profumo di ogni passo appoggiato, di ogni sguardo ammirato, di quello che ha rappresentato. La Rocca che svetta, i sanpietrini della piazza, il municipio, scrigno della storia del comune.

C’era Spelonga, con la Festa Bella, il palo sulla nave, la lunga camminata e la fatica di una rievocazione storica.

C’era Borgo, con le sue chiese meravigliose, la Sindone che rappresentava il culto del mistero e della sacralità.

C’era una volta Piedilama, Camartina, Trisungo, Vezzano, Tufo , Capodacqua, Faete, Colle, c’erano paesi di straordinaria unicità.

C’era la vita normale, ordinaria, quasi banale di una popolazione di montagna.

In pochi attimi, siamo diventati terremotati. Un’etichetta non desiderata, spesso travisata.

Siamo diventati parte di una categoria, siamo stati costretti a rivedere ogni decisione, a prenderne alcune dolorose, a guardare in faccia tutta la brutalità di un evento naturale e imprevedibile.

Potrebbe rappresentare un sentimento scontato, ma il dolore di vedere le case a cui il tuo sguardo era avvezzo, è indescrivibile.

Ogni scossa, ogni crepa, ogni lesione, ogni maceria caduta a terra, ogni rumore sordo, ha aperto nei nostri cuori ferite difficili da rimarginare.

Si riparte, si va avanti perché la vita è una continua sfida, ma certe sensazioni non le dimentichi più. Faranno parte di te, indissolubilmente con i tuoi sentimenti, le tue aspettative, le tue paure.

VIAGGIO

Siete pronti a fare questo viaggio con me?

Immagina la via Salaria, percorri la strada con una musica di sottofondo, finchè non ti imbatti nel cartello ARQUATA DEL TRONTO, unico comune diviso tra due parchi nazionali.

Immersa nel cuore del territorio arquatano, incontri per prima Trisungo.

Prendi un caffè da “Luigino”, ammirando il ponte Romano, prenoti la carne scelta della Macelleria Petrucci, per poi salire verso Borgo.

Parcheggi, scendi, ti fai guidare da un odore di pane e di dolci. È il forno di “Memena”, una donna dalle mani d’oro, sarai tentato da biscotti morbidi e crostate deliziose.

Poi, ti dirigi verso la Chiesa di San Francesco, che custodisce la copia esatta della Sacra Sindone. Ammiri la sacralità e il mistero, che suggella un magia inspiegabile.

Cammini per raggiungere la Chiesa del SS Salvatore, un crocifisso ligneo ti racconta una lotta da cui gli arquatani sono usciti vincitori.

Se vuoi mangiare, hai l’imbarazzo della scelta. Alla fine del paese, trovi il ristorante dell’albergo Regina Giovanna.

Poco più in là, trovi quello di Camartina, dove si mangia la trota più saporita del mondo.

Continui il tuo viaggio in macchina, proseguendo verso Arquata.

La vedi svettare, è impossibile non farsi rapire lo sguardo dall’imponenza della Rocca.

Arrivi nel paese, il municipio, il bar, una fontana al centro della piazza, poi volgi lo sguardo diritto verso una salita ripida.

Arrivare ad Arquata significa seguire una strada impegnativa, ma assume un simbolismo profondo.

Tutte le cime più emozionanti, arrivano da una salita impervia.

Proprio da lì, parte la tua camminata verso la Rocca.

Dalla piazza Umberto I e dalla torre campanaria, che lasci dietro le tue spalle.

L’atmosfera è quasi poetica, comincia una staccionata di legno su un viale che ti spinge a proseguire.

Lungo il viale, ci si imbatte in un giardino con alcune panchine, si arriva poi alla Rocca.

La visuale che si apre intorno a te è suggestiva, riesci a vedere lo scorrere delle automobili sotto di te lungo la Salaria, la valle intera irrompe a irradiare gli occhi e lo spirito.

Da qualche anno, l’artista Diego Pierpaoli, con l’aiuto di Antidio Fulvi, aveva dato vita a Villa Papi.

Un teatro a cielo aperto, esposizione di quadri immanentisti, un senso di arte mista a poesia.

Lasciando Arquata, senti dentro un sentimento di nostalgia, come se fossi entrato nel cuore di una storia raccontata, senza parole.

Da Borgo, prosegui per il bivio che ti porta prima a Piedilama, poi a Pretare.

A Piedilama, nel periodo di Giugno trovavi spesso ragazzini che ogni anno si rincontravano nella struttura dedicata alle colonie. Passeggiate nella natura e nell’aria fresca.

Si va avanti, dritti fino a Pretare, il paese delle Fate.

Il ristorante “Da Cavallo” lo trovi sulla sinistra, poi dritto lungo un viale, che alterna diverse case.

Tappa fissa, da Dora, Bar Vettore. Un caffè che sa di buono, di casa, di cuore.

Pretare, le sue chiese, San Rocco è il patrono. Tre chiese diverse, ma egualmente importanti.

Sembra di essere appena sotto il Vettore, si potrebbe quasi toccare in certe serate di tramonto.

Se passi, qualche sera d’estate, nel mese di Agosto, potresti scorgere veli e zampe caprine, musiche e sortilegi. A Pretare, ci sono le Fate.

Riprendendo poi, la Salaria, ripercorrendo la stessa strada al contrario, ti ritrovi a Trisungo, magari è ora di fare rifornimento da “Brandi” e prendere qualcosa per dissetarti al Blue Bar.

Se continui la strada, potrai visitare Pescara, Capodacqua, Tufo e Vezzano.

A Pescara, troverai delle fontanine deliziose, a Capodacqua c’è il tempietto ottagonale, che accoglie la Madonna del Sole. E poi, Tufo, con la Chiesa dell’Annunziata e la pietra che le dato il nome, Vezzano, la tradizione voleva che bagnarsi con l’ acqua della Chiesa di Santa Lucia portasse miracoli.

Di nuovo, giù, per la Salaria, stavolta attraversi ancora Trisungo, per imboccare il bivio che ti permetterà di visitare tre paesi.

Il primo che incontri sulla via è Faete, ma prima del paese noterai intorno a te, d’autunno, i castagneti fiorenti di marroni. Persone, cesti di vimini, ascolterai il leggero soffio del vento e il tonfo sordo delle castagne, che scivolano fino a perdersi nel cesto.

Dopo Faete e la sua piccola chiesa della Madonna della Neve, incastonata nel bosco, troverai Spelonga.

Se sei fortunato, vedrai scendere da un sentiero verdeggiante un centinaio di casacche rosse, che al grido di “Oh Forza”, riporteranno al paese un palo di legno.

Nella piazza tutti si adoperano per issarlo, svetterà con la bandiera appartenente alla battaglia di Lepanto.

Infine, arriverai a Colle, ti accorgerai immediatamente delle carbonaie fumanti, di un antico mestiere che resiste e di una chiesa incastrata sulla roccia.

Tornando giù, sarai costretto a tornare a casa perché si è fatto tardi, lascerai dietro di te il cartello che ti annunciava il benvenuto nell’unico comune diviso tra due parchi nazionali.

Un battito di ciglia, un clic, un attimo, una scossa. Dimentica. Dimentica tutto questo viaggio.

Piacere, sono Arquata del Tronto

Introduzione

Piacere, sono Arquata del Tronto.

Vi sto parlando con un filo di voce, mi hanno fatta a pezzi e ferita.

Sono molto debole, sento il futuro incerto, la paura mi paralizza, i sentimenti che provo sono indescrivibili.

Mi guardo e non mi riconosco. Ogni mattina mi alzavo presto, facevo passi, sentivo voci intorno a me. Adesso c’è solo un silenzio fortissimo, di quelli che preferiresti colmare con le risate dei bambini, quelle leggere, spontanee, sincere.

Sono diventata orfana, non ho più intorno a me le persone che mi amavano. Alcune sono in cielo, altre lontane chilometri.

Un essere malvagio ha sfregiato il mio volto, non riesco più a stare in piedi, in pochi attimi pezzi di me sono crollati a terra.

Le case, le chiese, le piazze, tutto intorno a me è stato fagocitato da polvere e paure.

Ero una collana elegante, di quelle fatte di perle luminose, sono cadute tutte come birilli.

Ogni perla era una comunità.

Ogni comunità possedeva il suo dialetto, le sue tradizioni e suoi punti di ritrovo.

Tutta la loro poetica normalità ora è persa senza di me.

Nessuno sa più come riconoscersi, non trova più la sua identità.

Mi sento sradicata nell’anima.

Ritorno con il pensiero a quella notte e tutto si fa tetro e buio.

Vorrei fuggire via ma come si riesce a scappare dalla distruzione totale, dalla paura della mia gente, dalla voglia di rinascere come piccoli germogli, innaffiati da gocce di stelle e di profumi?

In quella notte, qualcosa si è spezzato per sempre.

La ribellione della natura ha negato ad anime innocenti di sorridere ancora, di provare emozioni, di tenere fra le mani un libro, di guardare le stelle e esprimere un desiderio, di litigare con qualcuno.

Io, Arquata, cullavo e innamoravo tutte quelle anime.

Le anime che sono diventate angeli e stelle sono quelle più luminose, che conservo gelosamente nel cuore.

Le altre, le attendo qui.

Mi scrollerò di dosso la polvere, le crepe, le macerie e i ricordi spezzati, le lacrime e le paure incontrollabili.

Io, Arquata, sono stata distrutta da un terremoto violento, ma voglio rinascere per diventare la ninna nanna preferita di chi mi ama e mi amava.

 

 

Lacrime pungenti

sgorgano amare e impaurite

sbattono le pareti

impazzite e crudeli

 

la nostra casa diventata neve

dissolta e muta

si accasciano insieme

libri, sedie e pezzi di muri

 

 

polvere che ferisce gli occhi

e annebbia l’anima

distruzione di sacrifici

di certezze e di sogni

 

 

un gioco duro

tra noi e la natura che si ribella

sfida e annulla ogni sussulto

uno spazio indefinito

di macerie e di singhiozzi

 

 

spezzami a metà,

non mi pieghi

la forza della montagna

è quella stessa mia

 

 

la Terra ha tremato

come un sibilo tumultuoso

grida di bambini, anime innocenti,

spezzavano cuori e silenzi di pietra.

 

Sconvolta e spinta da una forza mostruosa,

la terra dondola le case.

Persone come rami,

attaccati all’albero che li ha cullati, cresciuti, vissuti.

 

Sboccia la primavera,

con essa la voglia di tornare alla vita.

Ascolta il lento, silenzioso risveglio

dello scorrere immutato dell’Universo.