Viaggio…dimentica…cuore

Ho deciso di aprire uno zaino immaginario, è un bagaglio a mano, leggero, lì dentro ho lasciato fluire tante parole.

STORIA

C’erano una volta, nel cuore dei Monti Sibillini e dei Monti della Laga, tredici paesini di montagna.

Ogni paese raccoglieva una storia e insieme componevano Arquata del Tronto.

C’era una volta il mio paese , Pretare, con le sue fate e i suoi pastori, ragazzi e ragazze che danzavano al ritmo della loro storia, c’era Pretare con il lungo viale che introduceva il paese, c’era Pretare e il bar di Dora, c’era Pretare fatta di sentieri e di storie, c’era quella fornace che sembrava dipinta, c’erano le parole degli anziani, c’era lo “sci svenate” che ricorreva tra una risata e un’altra.

C’erano le tre chiese, piene zeppe di ricordi, di bambini battezzati, di amori uniti in matrimonio, di vestitini bianchi e di riflessioni, la processione in onore di San Rocco, “il bambinopoli” per i più piccoli, il campo sportivo per i più grandi, ogni sasso raccoglieva una storia singolare, da quei sassi sembrava essere risorto un paese, un destino quasi riproposto, una verità che sembrava finzione. Un paese fatto di una leggenda stretta forte a quelle case.

C’era Pescara, ora distrutta, dissolta, cancellata, in un mare di macerie che componevano un paese fatto di case, di persone, di acqua divina, di fontanelle.

C’era Arquata, la regina indiscussa, la gemma preziosa, il valore inestimabile di un paese che non c’è più, la sua storia fatta a pezzi, ma rimane nell’aria il profumo di ogni passo appoggiato, di ogni sguardo ammirato, di quello che ha rappresentato. La Rocca che svetta, i sanpietrini della piazza, il municipio, scrigno della storia del comune.

C’era Spelonga, con la Festa Bella, il palo sulla nave, la lunga camminata e la fatica di una rievocazione storica.

C’era Borgo, con le sue chiese meravigliose, la Sindone che rappresentava il culto del mistero e della sacralità.

C’era una volta Piedilama, Camartina, Trisungo, Vezzano, Tufo , Capodacqua, Faete, Colle, c’erano paesi di straordinaria unicità.

C’era la vita normale, ordinaria, quasi banale di una popolazione di montagna.

In pochi attimi, siamo diventati terremotati. Un’etichetta non desiderata, spesso travisata.

Siamo diventati parte di una categoria, siamo stati costretti a rivedere ogni decisione, a prenderne alcune dolorose, a guardare in faccia tutta la brutalità di un evento naturale e imprevedibile.

Potrebbe rappresentare un sentimento scontato, ma il dolore di vedere le case a cui il tuo sguardo era avvezzo, è indescrivibile.

Ogni scossa, ogni crepa, ogni lesione, ogni maceria caduta a terra, ogni rumore sordo, ha aperto nei nostri cuori ferite difficili da rimarginare.

Si riparte, si va avanti perché la vita è una continua sfida, ma certe sensazioni non le dimentichi più. Faranno parte di te, indissolubilmente con i tuoi sentimenti, le tue aspettative, le tue paure.

VIAGGIO

Siete pronti a fare questo viaggio con me?

Immagina la via Salaria, percorri la strada con una musica di sottofondo, finchè non ti imbatti nel cartello ARQUATA DEL TRONTO, unico comune diviso tra due parchi nazionali.

Immersa nel cuore del territorio arquatano, incontri per prima Trisungo.

Prendi un caffè da “Luigino”, ammirando il ponte Romano, prenoti la carne scelta della Macelleria Petrucci, per poi salire verso Borgo.

Parcheggi, scendi, ti fai guidare da un odore di pane e di dolci. È il forno di “Memena”, una donna dalle mani d’oro, sarai tentato da biscotti morbidi e crostate deliziose.

Poi, ti dirigi verso la Chiesa di San Francesco, che custodisce la copia esatta della Sacra Sindone. Ammiri la sacralità e il mistero, che suggella un magia inspiegabile.

Cammini per raggiungere la Chiesa del SS Salvatore, un crocifisso ligneo ti racconta una lotta da cui gli arquatani sono usciti vincitori.

Se vuoi mangiare, hai l’imbarazzo della scelta. Alla fine del paese, trovi il ristorante dell’albergo Regina Giovanna.

Poco più in là, trovi quello di Camartina, dove si mangia la trota più saporita del mondo.

Continui il tuo viaggio in macchina, proseguendo verso Arquata.

La vedi svettare, è impossibile non farsi rapire lo sguardo dall’imponenza della Rocca.

Arrivi nel paese, il municipio, il bar, una fontana al centro della piazza, poi volgi lo sguardo diritto verso una salita ripida.

Arrivare ad Arquata significa seguire una strada impegnativa, ma assume un simbolismo profondo.

Tutte le cime più emozionanti, arrivano da una salita impervia.

Proprio da lì, parte la tua camminata verso la Rocca.

Dalla piazza Umberto I e dalla torre campanaria, che lasci dietro le tue spalle.

L’atmosfera è quasi poetica, comincia una staccionata di legno su un viale che ti spinge a proseguire.

Lungo il viale, ci si imbatte in un giardino con alcune panchine, si arriva poi alla Rocca.

La visuale che si apre intorno a te è suggestiva, riesci a vedere lo scorrere delle automobili sotto di te lungo la Salaria, la valle intera irrompe a irradiare gli occhi e lo spirito.

Da qualche anno, l’artista Diego Pierpaoli, con l’aiuto di Antidio Fulvi, aveva dato vita a Villa Papi.

Un teatro a cielo aperto, esposizione di quadri immanentisti, un senso di arte mista a poesia.

Lasciando Arquata, senti dentro un sentimento di nostalgia, come se fossi entrato nel cuore di una storia raccontata, senza parole.

Da Borgo, prosegui per il bivio che ti porta prima a Piedilama, poi a Pretare.

A Piedilama, nel periodo di Giugno trovavi spesso ragazzini che ogni anno si rincontravano nella struttura dedicata alle colonie. Passeggiate nella natura e nell’aria fresca.

Si va avanti, dritti fino a Pretare, il paese delle Fate.

Il ristorante “Da Cavallo” lo trovi sulla sinistra, poi dritto lungo un viale, che alterna diverse case.

Tappa fissa, da Dora, Bar Vettore. Un caffè che sa di buono, di casa, di cuore.

Pretare, le sue chiese, San Rocco è il patrono. Tre chiese diverse, ma egualmente importanti.

Sembra di essere appena sotto il Vettore, si potrebbe quasi toccare in certe serate di tramonto.

Se passi, qualche sera d’estate, nel mese di Agosto, potresti scorgere veli e zampe caprine, musiche e sortilegi. A Pretare, ci sono le Fate.

Riprendendo poi, la Salaria, ripercorrendo la stessa strada al contrario, ti ritrovi a Trisungo, magari è ora di fare rifornimento da “Brandi” e prendere qualcosa per dissetarti al Blue Bar.

Se continui la strada, potrai visitare Pescara, Capodacqua, Tufo e Vezzano.

A Pescara, troverai delle fontanine deliziose, a Capodacqua c’è il tempietto ottagonale, che accoglie la Madonna del Sole. E poi, Tufo, con la Chiesa dell’Annunziata e la pietra che le dato il nome, Vezzano, la tradizione voleva che bagnarsi con l’ acqua della Chiesa di Santa Lucia portasse miracoli.

Di nuovo, giù, per la Salaria, stavolta attraversi ancora Trisungo, per imboccare il bivio che ti permetterà di visitare tre paesi.

Il primo che incontri sulla via è Faete, ma prima del paese noterai intorno a te, d’autunno, i castagneti fiorenti di marroni. Persone, cesti di vimini, ascolterai il leggero soffio del vento e il tonfo sordo delle castagne, che scivolano fino a perdersi nel cesto.

Dopo Faete e la sua piccola chiesa della Madonna della Neve, incastonata nel bosco, troverai Spelonga.

Se sei fortunato, vedrai scendere da un sentiero verdeggiante un centinaio di casacche rosse, che al grido di “Oh Forza”, riporteranno al paese un palo di legno.

Nella piazza tutti si adoperano per issarlo, svetterà con la bandiera appartenente alla battaglia di Lepanto.

Infine, arriverai a Colle, ti accorgerai immediatamente delle carbonaie fumanti, di un antico mestiere che resiste e di una chiesa incastrata sulla roccia.

Tornando giù, sarai costretto a tornare a casa perché si è fatto tardi, lascerai dietro di te il cartello che ti annunciava il benvenuto nell’unico comune diviso tra due parchi nazionali.

Un battito di ciglia, un clic, un attimo, una scossa. Dimentica. Dimentica tutto questo viaggio.

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