Terremoto, l’anima del diavolo

Mi sono addormentata quella notte, ignara di quello che sarebbe accaduto.

Ho chiuso gli occhi, credendo di riaprirli la mattina successiva, magari avrei tirato fino a tardi, perché no?

Era una sera di fine estate e nulla davvero faceva presagire l’incubo in cui saremmo piombati.

Nel mezzo della notte, un orario che poi è diventato tragicamente simbolico, qualcosa di terribile mi ha svegliato.

Un boato incredibile, non assimilabile ad alcun rumore mai udito nella mia intera vita, è piombato nelle mie orecchie, interrompendo sonno, sogni e tranquillità.

Nei primi secondi, non riuscivo a dare una forma, un nome, un’identità a quel boato.

Cos’era? Cosa poteva scatenare una melodia agghiacciante come quella?

Poco dopo il boato, è arrivato ciò che ha rappresentato in pieno il termine devastazione, il terremoto.

Nella mia vita, relativamente giovane, ricordo di aver sentito il terremoto solo una volta, nel 1997.

Avevo dieci anni, ero a casa e mi ricordo l’incitazione di mio padre che mi diceva di correre sotto l’architrave più sicuro della casa.

Lì ci siamo sentiti protetti e lì quel terremoto è finito, dissolto in pochi secondi.

Ha lasciato, dentro di me, un po’ di paura e qualche ricordo di bambina.

Il terremoto del 24 Agosto 2016 è stato invece un incubo che sembrava non avere fine.

In quei secondi, credi di morire.

Cerchi di ricordare come devi muoverti, ma il panico impedisce ogni azione di buon senso.

L’unico pensiero che ti sfiora in quell’attimo è quello di mettere in salvo le persone che sono con te e sperare che quelle che ami, lontane, siano salve.

Cos’altro ti rimane se non la speranza, mentre ondeggi e sussulti come inghiottita da una furia affamata proprio della tua paura?

Il cuore è l’unica valvola che funziona in quegli attimi interminabili.

Forse, davvero, capisci il valore della tua famiglia e delle persone che fanno parte della tua vita.

Il terremoto nasconde l’anima del diavolo, è imprevedibile, vigliacco, vendicativo.

Senti la terra sotto i tuoi piedi tremare, uno scuotimento bestiale, un senso di impotenza ti pervade.

Anni di storia, di generazioni, di sacrifici, di testimonianze dissolti in pochi secondi.

Cosa siamo diventati, se non conseguenza di quei pochi secondi?

Sentiremo quel sibilo spaventoso nelle nostre orecchie per sempre e sobbalzeremo a ogni sussulto.

Quelle scosse così violente hanno provocato un turbamento della psiche e del fisico.

Ha costretto le persone ad abbandonare i luoghi natii, li ha strappati dalle abitudini, li ha destabilizzati nell’animo.

Li ha obbligati a guardare in faccia le proprie case, mentre crollavano, ad assistere alla caduta di simboli che si consideravano immortali.

La storia di un paese, di un comune, di un territorio, si misura dall’importanza delle persone, dei monumenti, delle chiese, di ogni cosa che rappresenti quel luogo.

Perdi una parte di te stesso, quando perdi pezzi del tuo paese.

Per ogni casa crollata nel mio paese, ogni bar ridotto a macerie, ogni chiesa andata distrutta, sentivo dolore fisico, come se stessero strappando i ricordi dalla testa e dal cuore.

Vivere delle emozioni in un luogo significa lasciarci in mezzo te stesso, il tuo cuore.

Ci siamo trovati catapultati in un ambiente nuovo, diverso.

Porta un anziano di montagna, d’inverno, al mare.

Lo guardi e lo trovi Spaesato.

Spaesato, senza paese, senza il suo paese.

L’anziano di montagna è abituato a camminare sull’erba, non sulla sabbia.

È abituato a governare le galline, a dedicarsi all’orto, ad avere piccole abitudini che garantiscono la certezza.

Gli anziani sono le vittime più colpite dal terremoto.

Una vita sacrificata, devota alla casa, alla montagna, alle proprie radici.

Il tempo non li aspetta più, li rincorre, li stanca.

Immedesimarsi in loro significa sentire lo sguardo posarsi su oggetti nuovi, colori nuovi, sapori nuovi.

L’anziano di montagna cerca i funghi, cammina piano, sa riconoscerli.

L’anziana di montagna raccoglie le uova fresche e prepara una crostata.

È gente ingegnosa, abituata a fare, a muoversi tra le cose accumulate negli anni, in un ambiente dove hanno costruito famiglie, sogni e progetti.

Le ferite fisiche hanno bisogno di una lenta rimarginazione. Basterà disinfettarle e attendere il tempo necessario. Scompariranno da sole e lasceranno solo un lontano ricordo.

Le ferite dell’anima, al contrario, sono una bruciatura continua. Non basterà il tempo, che potrà attenuarle ma non cancellarle per sempre.

Il pensiero di aver perso il tuo paese, che conservava dentro di sé ogni singolo tassello della tua vita,

spezza la tua vita tra prima e dopo.

Ogni cosa ha un valore diverso, tutto è diventato intermedio, tutto oscilla tra la vita prima del terremoto e quella di adesso.

Prima c’erano le case, ora sono sgretolate. Prima c’erano i sogni e anche le certezze, ora ci sono dubbi e speranze.

Prima c’era il sentimento d’appartenenza, ora c’è smarrimento e confusione.

Insieme alla distruzione delle abitazioni, se ne sono andati i sacrifici e l’impegno di generazioni.

Davvero pensate che una casa siano le mura, le mattonelle o il tetto spiovente?

Nulla di tutto questo, nulla di così banale, nulla di tutto quello che neanche chi ha perso tutto aveva realmente compreso.

Casa tua è tutto quello che ci butti dentro, in termini di ricordi, di vita, di momenti, di costruzione emotiva, di progetti e di futuro che scorre nel presente.

Ho guardato negli occhi, dentro lo sguardo, di chi ha perso la casa a causa del terremoto.

Ho letto terrore e devastazione dell’animo.

Quella casa, con quel sapore con quell’odore non tornerà più.

Pensate al progetto di costruire o ristrutturare una casa, al sogno di vederla finalmente tua, con tutto quello che ti racconta, che racconta i tuoi familiari.

Lì dove crescono i tuoi figli, dove vivi momenti speciali.

Quelle case crollate contengono tra le macerie baci, sospiri, discussioni, sorrisi, paure, incertezze, pianti di notte, i primi passi di un figlio.

Calarsi in quei panni, in quelle sensazioni non è così semplice.

Immaginare, guardare alla tv, ti costringe a diventare empatico con quella circostanza, ma rimane estraneo alla tua vita.

Vedere la propria casa sgretolarsi costringe il tuo sguardo a spezzare un legame che sa di antico, di generazioni, di origine, di sangue.

Le case in montagna spesso sono le stesse dei tuoi genitori, dei tuoi nonni, senti persino l’odore che rimane impresso nelle mura.

Non esistono prime, seconde o terze case.

Sebbene viverci tutto l’anno ha la priorità su chi trascorreva periodi più limitati, l’intreccio sfiora i sentimenti delle persone.

Ad Arquata le persone tornavano perchè lì, in quelle case, in quelle strade, in quei bar esisteva la storia delle loro famiglie.

Il viaggio più importante è sempre quello alla ricerca della propria identità.

Ci rimane soltanto la convinzione che siamo persone, giù le maschere e le ipocrisie.

Se essere umani, significa far vincere l’amore inteso come approccio alla vita.

Nei momenti peggiori, comprendi quanto breve sia ogni istante della vita e quanto viverlo interamente sia doveroso nei suoi riguardi.

È un bene prezioso la vita, l’abbiamo capito tra i morti, tra le macerie, tra la ribellione della natura, tra gli sbagli, le urla, i rimproveri, gli abbracci, le parole, l’abbiamo capito tra la vita che, nonostante tutta la tragedia, continuava a scorrere.

Seduta sul tetto dei ricordi, la mente vola perduta tra quello che era e quello che sarà.

Siamo tutti in bilico, leggeri, con pezzi di vita incollati addosso, consapevoli che niente sarà semplice, niente sarà come prima.

Abbiamo occhi spaesati, ma siamo pronti a ritrovare il richiamo della nostra terra.

Cos’è che ci lega ad essa? La nostra identità.

La casa è dov’è il cuore.

Quando il cuore si emoziona, quando il cuore batte forte, quando il cuore respira aria fresca, allora sentiamo di essere nel posto giusto.

Ogni paese di Arquata aveva una storia.

Una festa, una ricorrenza, una rievocazione, un racconto, tutto identificava l’origine di quel paese e le sue peculiarità.

Ognuno di un paese, tutti di Arquata, governati da quella Rocca che circondava il nostro scenario naturale.

Ognuna di esse, racconta di gente scossa, ma che spera ancora. In un modo o nell’altro, Arquata dovrà pur tornare.

Ci saranno nuovi sorrisi, le stelle, i desideri, i capricci dei bambini, la saggezza degli anziani, ci sarà vita, in un modo o nell’altro.

Annunci

4 pensieri su “Terremoto, l’anima del diavolo

  1. pietro ferradini

    ho letto questa lettera bellissima, che condivido, perchè essendo di accumoli, ho avuto gli stessi sentimenti, essendo rimasto chiuso in una casa che ha resistito ma dove la morte mi correva accanto…

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...