Angeli rossi

Li conoscete gli angeli rossi?

Dopo il sisma che ha colpito il nostro comune, sono arrivati tanti volontari della Croce Rossa.

Avevano una divisa sotto alla quale batteva un cuore sensibile e pronto a aiutare.

Si sono intrecciati caratteri, provenienze geografiche, parole, dialetti, risate.

Si sono immedesimati nel dolore di chi aveva perso tutto, hanno cercato di prestare una spalla per piangere, hanno creato attività per i bambini, hanno donato il loro tempo.

Gestire persone tristi, confuse, arrabbiate, che maledicono il destino, che hanno paura del futuro non è così facile.

Relazionarsi con il dolore significa fare un passo indietro, prendere un pezzetto della tua anima, nasconderlo, per far spazio a quello di un’altra persona.

Capisci l’essenziale, che basta a volte un sorriso per riaccendere una speranza, che basta il rincorrersi dei bambini per capire la vita, che dietro caratteri schivi, apparentemente silenziosi, possono nascondersi personalità forti.

Capisci che un carattere che può sembrare dispotico diventa invece un cuore sensibile, uno che l’altruismo lo pratica, senza sbandierarlo. I gesti valgono più delle parole, in alcuni casi.

Nella vita, conosci moltissime persone, ma rimangono nel cuore solo quelle che hanno condiviso con te le peggiori sensazioni e ti hanno aiutato a uscirne fuori.

Il primo passo dopo la scossa devastante di terremoto è stato l’allestimento della tendopoli.

Nuove case di plastica blu.

Ogni tenda rappresentava una famiglia.

Un letto, una mensa condivisa per i pasti, scosse continue, il tuo paese che ti crolli intorno.

Due mesi di paure e di sconvolgimento emotivo.

La tenda è da sempre, nell’immaginario collettivo, sinonimo di vacanza, campeggio, relax.

Al contrario, dopo il terremoto, vivere in tenda ha denudato le persone.

Sei anziano, sei bambino, sei adulto, non conta nulla.

Il terremoto costringe ogni individuo a fare un passo indietro, a perdere ogni tipo di ruolo o rilevanza umana e sociale.

Ti devi adattare”, “preferivi essere morto?”

Te lo dicono gli altri e te lo ripeti, tutti i giorni, fino a farlo rimbombare dentro la tua anima.

La tendopoli spegne ogni senso di normalità e intimità.

Una vita che diventava sopravvivenza, emergenza, insicurezza.

Sei costretto da una forza superiore a stare lì, lo specchio della tua comunità, del tuo paese, di chi reagisce e tende la mano a chi è più debole.

La testimonianza di Fabrizio Bartolucci, volontario della Croce Rossa.

…….”poi sono arrivati volontari della Croce Rossa. Ognuno con la sua storia, la sua età, il suo carattere, ma tutti pronti ad aiutare, a capire, a collaborare. Persone che forse non avremo mai avuto la possibilità di incontrare e conoscere. Persone che si sono prodigate a farci star bene, a tornare in una sorta di normalità, seppure in una dimensione stravolta. Persone che quando sono andate via hanno pianto di commozione, che ci hanno salutato con abbracci e strette di mano sinceri”…….

Ho voluto iniziare questo mio racconto con le parole di Valentina, una ragazza di Pretare, paese fortemente lesionato da sisma del 24 agosto. Quelle parole riassumono tutto, dicono tutto, su quanto fatto da noi volontari di Croce Rossa Italiana in quel luogo ed in tutti gli altri luoghi in cui abbiamo operato.

Ho pensato più volte e se fosse successo a me? Se fosse capitato nella mia città? Nel mio paese, come avrei reagito, cosa avrei pensato, cosa mi sarei aspettato dalla macchina degli aiuti.

Subire un evento simile ti distrugge dentro, in pochi attimi ti passa accanto tutta la vita e perdi tutto, i tuoi beni, i tuoi ricordi, la tua casa e fortunatamente salvi la vita. Per più di 300 persone purtroppo non è stato così, hanno perso anche la vita.

Era il 28 agosto e mi trovavo ad Ascoli Piceno, stavo facendo servizio nelle varie Sale Operative, dietro un monitor a buttare giù report e dati quando andai con dei colleghi a fare un giro nei vari paesi del territorio. Siamo partiti da Ascoli e saliti su verso Roccafluvione per poi prendere una strada di montagna che portava a Montegallo dove ci fermammo pochi minuti per vedere la situazione. Mentre scendevamo in macchina verso Arquata del Tronto rimasi affascinato dalla maestosità del monte Vettore, lo guardavo mentre percorrevamo quei tornanti in e poi dopo qualche curva quel piccolo paese, Pretare. Passando nella via principale si vedevano molte case lesionate, non c’era nessuno in giro, solo Vigili del Fuoco e Protezione Civile, poi alla fine del paese ho visto un parcheggio con sotto un prato e qualche tenda montata li sull’erba. Subito mi sono detto, povera gente, vivere in quelle condizioni a quasi 1000 metri di quota con tutta l’umidità ed il freddo che sicuramente scende di notte non deve essere facile. Conosco molto bene le PI88 (tende ministeriali) e so che non danno molta protezione dagli agenti atmosferici. Dentro di me stavo pensando che forse avrebbero dovuto utilizzare il parcheggio, ma fu solo un attimo e continuammo il nostro giro.

Il giorno seguente mi dissero di una situazione da risolvere e portare aiuto, mi chiesero cosa ne pensavo e come installare un campo di accoglienza, io per risposta dissi che non era difficile fare un campo, bastava avere il materiale e le strutture, ma soprattutto quello che era importante era la scelta del luogo. Poi poco dopo chiesi dove volevano fare questo campo e mi risposero che c’era in atto una situazione particolare dove in un piccolo paese c’era un gruppo di persone che si rifiutava di abbandonare il loro luogo di residenza, quel posto si chiama Pretare. Subito mi tornarono in mente quelle tende e quel prato dove erano state messe e immediatamente pensai a quel parcheggio che avevo visto, presi un foglio di carta e buttai giù uno schizzo su come realizzare e posizionare le tende, quel foglio lo prese in mano il mio responsabile.

La mattina seguente, il 31 agosto, ricordo benissimo la data perché è il giorno del mio compleanno, mentre ero in Sala Operativa Integrata di Ascoli mi suonò il telefono……..”Fabrizio, ti mando il cambio, tu sali subito a Pretare, dobbiamo fare il campo”…….era Piergiacomo, appena arrivò la persona che mi doveva sostituire in Sala presi la macchina e andai su.

Il primo impatto è stato quello con delle castagne affogate nella grappa che ci fece mangiare un ragazzo del posto e credetemi, anche se era mattina erano buonissime. Stavamo seduti e ogni tanto una castagna, dovevamo aspettare il via libera per iniziare il montaggio del campo. Li con me erano presenti i ragazzi venuti con le tende dall’Abruzzo, ci fu un attimo di ribellione quando i residenti si sedettero sopra i contenitori delle tende per protesta, avevano il terrore che quel campo non nascesse, per nessun motivo volevano lasciare quel posto. Finalmente giunse l’ok e si iniziò a preparare il campo. Per me era la prima volta come responsabile, avevo visto molti campi, li avevo costruiti, ci avevo vissuto, ma mai come figura principale. Sentivo addosso tutta la responsabilità, tutte le paure ma volevo assolutamente fare una bella cosa e misi in campo tutta la mia esperienza.

Mentre stavo parlando all’interno di una PI88 appena installata mi presentarono quella che chiamavano “Sindaca”, Cristina Piermarini, una signora con la quale avrei dovuto tenere i contatti, la portavoce dei futuri ospiti del Campo di Accoglienza di Pretare.

Con Cristina nacque subito una intesa bellissima, ci capivamo al volo e la misi subito al lavoro per fare un censimento speditivo di tutti quanti avrebbero risieduto al campo. Mentre parlavo con lei cercavo di spiegare cosa ci aspettava, cosa avrei dovuto fare. Un campo di accoglienza ha le sue regole, non è un gioco, ma mi accorsi subito che quel campo non sarebbe stato normale. I residenti veri e propri non erano molti, ma c’era molta gente che in quel paese aveva la seconda casa, o quella dei genitori e volevano continuare a frequentare le loro origini. In accordo con il Funzionario del Dipartimento, Sergio Ballarò, persona stupenda, decidemmo di non chiudere, di non recintare e soprattutto di non mettere all’accesso del campo un servizio d’ordine e controllo, una funzione svolta quasi sempre dall’Associazione dei Carabinieri che non vanno troppo per il sottile, trovai una scusa e dissi che il controllo all’accesso l’avremo fatto noi dalla segreteria. Ho sempre odiato chi non mette il lato umano, chi è solamente schematico e chi guarda solamente i regolamenti, quel campo era di accoglienza, dovevo accogliere delle persone che avevano subito qualcosa di terribile, di devastante e non volevo nel modo più assoluto provocare ulteriori traumi e dispiaceri.

Furono un paio di giorni in cui si lavorò tantissimo, Valerio Vichi ed i ragazzi di Pesaro, l’instancabile Gabriele Prato insieme alla sua compagna, Simona, Paola, in un paio di giorni eravamo operativi ed avevamo sistemato tutti gli ospiti nelle tende facendo gruppi famigliari. Un piccolo problema si presentò il sabato a pranzo, c’era tantissima gente ed io avevo ordinato i pasti solamente per gli ospiti del campo, mi dissero devi fare il cattivo, cosa che io non so fare, e fai mangiare solo i residenti. Ricordo che mi misi in piedi all’ingresso del tendone dove stavano mangiando e dissi loro che era necessario per me sapere quanti pasti ordinare, e che soprattutto per primi mangiavano gli ospiti del campo, dopodiché feci una telefonata al responsabile della cucina spiegando la situazione e tutti mangiarono, noi volontari mangiammo alla bene meglio ma andava bene così, anzi la sera bevemmo tutti insieme quelle due bottiglie che mi furono donate al mio arrivo, per il mio compleanno da Cristina e Paolo.

Come non ricordare le scampagnate fatte dai ragazzi di Marotta insieme ad un residente con una ape per recuperare i fiori e le panchine da mettere davanti le tende, il biliardino, i tavoli da bar, gli ombrelloni e le porte da calcetto, stavamo facendo rinascere un Pretare in miniatura.

Come non ricordare quando portarono li quello che poi diventò il simbolo del terremoto, un Crocefisso mutilato che mettemmo nella tenda pneumatica adibita a Chiesa e alloggio per Don Francesco.

Don Francesco Armandi, grande uomo e grande Sacerdote che ci ha lasciati poco tempo fa, la malattia se lo è portato via. Era instancabile, sempre in cerca di qualcuno o qualcosa per aiutare la sua comunità. In quel campo vennero molti personaggi, politici, industriali, giornalisti e tutti rimanevano stupefatti dinnanzi a quel Crocefisso, lui in una intervista disse …….”il Cristo con il suo braccio ha protetto il Paese”…… e forse era veramente successo tutto ciò. Celebrò la prima messa proprio sotto quella tenda e fu una grande emozione per noi tutti.

Poi i giorni scorsero, il tempo passava, ed il freddo era sempre più pungente. Andava trovata una nuova soluzione per quella gente, i primi giorni di ottobre furono quelli della chiusura.

Iniziammo piano piano, poco per volta a togliere qualche tenda ma solo quando chi la occupava se ne era andato perché aveva trovato una sistemazione più consona e idonea, fino allo smantellamento completo di quella che era stata per molti la propria casa, in fin dei conti gli ospiti eravamo noi, siamo venuti noi nel vostro paese e voi ci avete accolto con tanto bene e riconoscenza e volevamo andarcene con dolcezza e delicatamente.

Questa è stata la mia esperienza a Pretare, posto dove ho conosciuto persone belle, persone che non si abbattono, persone più forti di un maledetto terremoto. Lì ho imparato più cose che in dieci anni di corsi, ho imparato a voler bene per davvero, ho imparato il rispetto per il dolore, il rispetto per il prossimo. Mi dicevamo, quelli più bravi di me, di non attaccarmi troppo affettivamente, perché ci sarei stato male ma io sapevo che non era così, non c’è per me cosa più bella al mondo di veder sorridere un bambino, di abbracciare un anziano, di portare un poco di “normalità”, ma soprattutto amore.

Io, a differenza di molti altri, ho sempre avuto la convinzione che, anche se indossiamo una uniforme e molte volte addirittura veniamo dipinti come “angeli del soccorso”, siamo semplici uomini e donne, uomini e donne che danno un poco del loro tempo per aiutare chi soffre. Quel tempo che noi doniamo non ci verrà mai più restituito ma è il più bel regalo che si possa fare. Spero di essere riuscito in questo mio intento, spero veramente che il ricordo indelebile che ho nel mio cuore sia lo stesso sentimento anche per voi Pretaroli, ma soprattutto spero che un domani non troppo lontano ci si possa ritrovare tutti lì per abbracciarci davanti alle vostre nuove casette dove le Fate torneranno a danzare, una danza nuova, quella della vostra rinascita e del vostro ritorno a casa, solo allora per me il compito potrà dirsi finito, fino ad allora io ci sarò ogni qualvolta voi lo desideriate, ci sarò come volontario di Croce Rossa, ma soprattutto ci sarò come uomo semplice che deve dirvi solo grazie per tutto il bene che avete dimostrato verso di me e verso tutti i miei colleghi.

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